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Blog · Carriera

Un altro no dopo un colloquio. Perché nessuno spiega il motivo?

Deianira Ciampitti, Psicologa, Formatrice e Career Coach · · Lettura di circa 6 minuti

"Perché nessuno mi spiega il motivo?" Nelle mie aule di carriera questa domanda arriva quasi sempre. A volte dopo decine di candidature inviate, a volte dopo un colloquio in cui ci si era sentiti davvero vicini al traguardo. La capisco profondamente: quando hai messo tempo, energie e speranze in una selezione, un no senza spiegazioni pesa. E viene naturale voler sapere almeno il perché, per capire cosa cambiare la prossima volta.

Per rispondere vorrei partire da un'esperienza che mi ha insegnato molto.

Quando ero io a dover dire di no

Circa dieci anni fa, all'inizio della mia carriera in HR, tra le varie attività gestivo anche le candidature. Ricordavo bene quante volte, da candidata, non avevo ricevuto nessuna risposta, tanto meno una spiegazione, e così cercavo di personalizzare ogni feedback. Mi sembrava utile e necessario. Il mio impegno, però, non veniva sempre accolto come speravo: molte persone continuavano a scrivermi per avere informazioni, consigli, a volte una vera consulenza sul proprio percorso, spesso addentrandosi in discorsi che non avevano nulla a che fare con la selezione. E così diventava difficile dare a tutte le persone in selezione la stessa attenzione.

Fu allora che la mia manager mi prese da parte e mi aiutò a vedere le cose con più chiarezza.

Chi seleziona ha un compito preciso: trovare la persona giusta per quel ruolo. Accompagnare le persone nella loro crescita professionale è un altro lavoro, con i suoi tempi e i suoi spazi. Lì, tra l'altro, capii che era proprio quello ciò che avrei voluto fare "da grande".

Una cosa, però, per me è rimasta ferma da allora: una risposta sull'esito, cioè sapere se si va avanti o no nel processo di selezione, dovrebbe arrivare sempre. Personalmente la trovo una forma di rispetto per il tempo e l'impegno che ogni persona ha dedicato. E su questo i software per la gestione delle candidature, come gli Applicant Tracking Systems (ATS), possono dare una grande mano. Non vanno demonizzati né visti come ostili: molti ordinano i CV ricevuti in base alla pertinenza con la ricerca impostata da chi seleziona, permettono di creare un profilo per ogni candidato, così da organizzare il lavoro in modo professionale e agevole, e da lì consentono di inviare una risposta con un clic.

Quello che da fuori non si vede

Da fuori, una selezione sembra una gara in cui vince la persona più brava. Da dentro è molto più complessa. Contano, ad esempio, le dinamiche del team in cui la persona entrerà, lo stile di chi lo guida, il budget disponibile, a volte un cambio di priorità arrivato a metà percorso. E conta naturalmente anche il profilo degli altri candidati, che tu non conosci: puoi avere molte delle caratteristiche richieste e non ricevere l'offerta solo perché un'altra persona, in quel momento e per quel team, era più vicina a ciò che serviva. Sono però quasi sempre informazioni riservate, ed è anche per questo che non vengono spiegate.

Per questo mi piace ripeterlo: un no non misura il tuo valore. Racconta l'esito di una scelta aziendale fatta in un momento preciso.

Cosa ci dice la ricerca sul feedback dopo un no

Viene spontaneo pensare che un feedback dettagliato sia sempre la soluzione, e che riceverlo risolverebbe i nostri dubbi. Come raccontavo, lo pensavo anch'io. Un gruppo di ricercatori ha voluto verificarlo con un esperimento in laboratorio. Schinkel, van Dierendonck e Anderson (2004) hanno chiesto a 119 persone di svolgere due prove di abilità mentale generale, spiegando che per essere invitate a un colloquio di selezione avrebbero dovuto rientrare nel 20% dei punteggi migliori. Non era però una selezione reale: alla fine tutti hanno ricevuto un messaggio di rifiuto, presentato come basato sui punteggi ma in realtà previsto dai ricercatori fin dall'inizio. A loro interessava capire come ci si sente a ricevere un no comunicato in modi diversi: una parte dei partecipanti, scelta a caso, riceveva solo il messaggio di rifiuto, l'altra riceveva il rifiuto insieme a un riscontro sulla propria prestazione.

(Nella realtà, una decisione di selezione non dovrebbe mai basarsi su una sola prova: si valutano tanti aspetti diversi della persona.)

Il risultato, almeno a prima vista, sorprende: chi aveva ricevuto anche il riscontro dettagliato si valutava in modo più negativo e stava emotivamente peggio di chi aveva ricevuto solo il no. I ricercatori hanno osservato anche che contava quanto le persone percepivano come equi sia il procedimento sia l'esito: queste percezioni cambiavano l'effetto del feedback. Un motivo in più, secondo me, per curare sempre il modo in cui si comunica un no.

Gli stessi ricercatori hanno ripetuto la verifica in altri due studi e il risultato si è confermato (Schinkel e colleghi, 2011). Hanno anche aggiunto un elemento che trovo molto utile per chi cerca lavoro: conta il "modo" in cui ci spieghiamo un rifiuto. Chi lo collegava a cause esterne e passeggere, per esempio la concorrenza in quel momento o le esigenze dell'azienda, proteggeva di più il proprio benessere rispetto a chi lo attribuiva a un proprio limite. E, nella mia esperienza, è anche chi riesce a tornare prima a concentrarsi sul proprio obiettivo.

Va detto con onestà che si tratta di situazioni simulate, che misurano come ci si sente subito dopo un esito negativo, in questo caso a una prova di abilità. Non dicono che il feedback sia sempre inutile. Dicono che un riscontro arrivato nel momento sbagliato, e senza nessuno con cui elaborarlo, può ferire più che aiutare. E ci ricordano che una parte del lavoro, dopo un no, possiamo farla noi, scegliendo come viverlo, magari anche con il supporto di una figura professionale adeguata (che non è chi seleziona).

Trasformare un no in esperienza

Immagina una persona che riceve il terzo no in un mese. La prima reazione spesso è pensare "non sono abbastanza", oppure "non serve a nulla candidarmi". Poi, a mente più fredda, prova a guardare i fatti: per due di quei ruoli in realtà mancava un requisito che non aveva considerato con attenzione, mentre il terzo colloquio era andato bene, ma è stata scelta un'altra persona. Può succedere. Lo stesso no, letto in modo diverso, smette di essere una sentenza e diventa un'informazione utile per la prossima candidatura.

Ti propongo un piccolo esercizio da fare dopo un rifiuto, che utilizzo in consulenza, da usare quando l'emozione si è un po' calmata:

  • Scrivi cosa è andato bene, anche una sola cosa.
  • Scrivi cosa puoi migliorare e che dipende davvero da te.
  • Scrivi cosa non dipendeva da te: ti aiuta a non prenderla sul personale.
  • Se il colloquio è andato bene, rispondi ringraziando: tenere le porte aperte costa poco, ma può fare la differenza in futuro.

Quando i no si accumulano, può aiutare anche fermarsi e chiedersi:

  • Sto cercando con una strategia?
  • Mi sto mettendo davvero in gioco?
  • Come sto vivendo la frustrazione?

Saper trasformare un no in esperienza, ricorda, è una competenza preziosa, sul lavoro come nella vita: lasciar andare, imparare, farne tesoro. E soprattutto non mollare, perché è la costanza che ci porta a raggiungere i nostri obiettivi, piccoli o grandi che siano.

Per approfondire

Fonti

  • Schinkel, S., van Dierendonck, D., & Anderson, N. (2004). The impact of selection encounters on applicants: An experimental study into feedback effects after a negative selection decision. International Journal of Selection and Assessment, 12, 197-205.
  • Schinkel, S., van Dierendonck, D., van Vianen, A. E. M., & Ryan, A. M. (2011). Applicant reactions to rejection: Feedback, fairness, and attributional style effects. Journal of Personnel Psychology, 10(4), 146-156.

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